martedì 29 dicembre 2015

Le interviste | Un Natale shabby


Eccoci ad una nuova intervista. Grazie al tema del mese - tanti modi di fare Natale - conosciamo oggi un ragazzo che ho imparato ad apprezzare per molte sue caratteristiche, prima tra tutte la sua semplicità. 
Si chiama Gianni ed è il titolare di Le Mas - histoire d'interieurs, un negozio di arredo shabby, sorto probabilmente grazie a chissà quale piccola magia nel mio paese.
Uno di quei posti dove vai quando hai bisogno urgente di respirare aria pulita. Uno di quei posti che quando ci passi davanti lo noti subito perché dalla vetrina arriva una luce... più che magica!
Accomodiamoci a casa sua e nel suo negozio, respiriamo i profumi e le atmosfere che sa ricreare, guardiamoci in giro e scopriremo solo cose belle. Prego, avanti, entrate con noi?


Ciao! Chi sei? Cosa fai?
Sono un ragazzo che arriva dal sud, che ha viaggiato molto e che, approdato in Toscana, si è innamorato di questa meravigliosa terra, delle sue campagne e delle città, del vivere semplice e tranquillo. Lo stesso stile di vita che avevo notato in Provenza.



Come Abiti? Voglio dire, come vivi, come è fatta la tua giornata tipo in rapporto alla casa dove abiti?
La mia casa è il mio rifugio, il luogo dove posso sentirmi bene e dove voglio far star bene le persone che accolgo. Per questo me ne prendo cura e ne ho fatto uno stile di vita, rendendola accogliente e calda, conviviale. Spazi comuni dove condivido i pasti e le conversazioni e spazi più riservati dove riposo e studio e imposto il mio lavoro.



Qual è il pezzetto di Casa che vivi di più, quello in cui ti senti più te stesso?
Il soggiorno, che è quello che mi accoglie appena rientro la sera: un sofà, il caminetto, la finestra che da sul mondo. Dove mi siedo e leggo o immagino un nuovo viaggio da fare.




Il prossimo oggetto che toglierai dalla tua Casa e quello che aggiungerai. 

Il prossimo oggetto che toglierò sarà un buffet che poco mi convince, troppo dozzinale, e che darà spazio ad una vecchia credenza intrisa di ricordi, vecchia ma solida, dove riporre il vasellame per la tavola e i libri d'arredamento.


C'è una citazione, una frase famosa, una che hai coniato tu, che parli del tuo modo di vivere e di Abitare?

Una frase che mi rappresenta? l'ho letta su un libro d'arredamento ed è davvero ciò che sono e che faccio:
Avere stile significa saper trovare la bellezza nelle cose semplici 

Una frase che dovrebbe seguirci in ogni momento della vita, aggiungiamo. Perché questa ricerca della semplicità, questa continua ricerca della bellezza essenziale, è tutto ciò che davvero conta nella nostra vita.


Buone feste di cuore a tutti da UnaCasaAModoMio!


lunedì 21 dicembre 2015

Mi casa es tu casa | Un Natale alternativo

Sono molto legata alle tradizioni culinarie della mia famiglia e trovo che sia bellissimo aspettare una festa, sapendo che mangerò e condividerò quella particolare ricetta che poi non assaggerò per tutto il resto dell'anno... Non so, mi fa sentire sempre a casa, ovunque io sia, come portare un pezzettino della propria storia sempre con sé.
Così, ad esempio, per la cena della Vigilia di Natale per me sono immancabili gli spaghetti con le vongole, le scarole alla monachina, il baccalà fritto, i broccoli neri al limone e se non ci fossero mi sembrerebbe un po' meno Natale. Però, visto che io sono una persona profondamente curiosa e se da un lato non rinuncio alla tradizione, dall'altro amo scoprire, sperimentare e assaporare cose nuove, per questo Natale vi propongo una ricetta nuova, diversa, alternativa, una portata senza ingredienti animali, tutta vegan, ma che non vi farà rimpiangere le ricette a cui siete abituati... Vi fidate? Vi assicuro che non ve ne pentirete! Perché stare su terra conosciuta è rassicurante, ma posare ogni tanto i piedi in mondi nuovi è incredibilmente arricchente.

A me piace prendere il Natale un pò alla volta, per tutto l'anno. E perciò mi lascio trasportare fino ad arrivare alle vacanze -lascio che mi colgano di sorpresa- svegliandomi un bel giorno e dicendo improvvisamente a me stesso: "Caspita, questo è il giorno di Natale!" (Ray Stannard Baker)

CRESPELLE VEGAN CON SPINACI E PORCINI


 Ingredienti per circa 10 crespelle

300 gr di farina 0
440 ml di latte di soia non dolcificato
4 cucchiai di olio di semi
160 ml di acqua
sale


Mescolate in una ciotola il latte, l'acqua e l'olio e il sale, aggiungetevi un po' alla volta la farina setacciata e mescolate con una frusta per evitare grumi. Fate riposare la pastella per circa mezz'ora.
Ungete un padellino per crepes con un po' d'olio (o margarina) e cuocete una alla volta le crepes, tenendole al caldo.

Per il condimento

400 gr di spinaci surgelati
250 gr di funghi porcini surgelati
15 gr di porcini secchi
aglio, olio, sale

Mettete i funghi in una padella grande, senza alcun codimento e, a fiamma media, fate loro perdere l'acqua di congelamento. Toglieteli dalla padella e metteteli da parte. Fate dorare un aglio con un filo d'olio nella padella e cuocetevi i funghi. Salate e mettete da parte. Sempre nella stessa padella, aggiungete un altro filo d'olio e uno spicchio d'aglio e quando questo è dorato unitevi gli spinaci, salate e fateli insaporire. Mettete nella padella anche i porcini e i funghi secchi tenuti precedentemente in ammollo e tritati e mescolate per insaporire insieme le verdure.

Per la besciamella 

500 ml di latte di soia non dolcificato
30 gr di farina 0
30 ml di olio di oliva extravergine
sale
noce moscata

Scaldate l'olio in un tegame dai bordi alti, unitevi la farina e tostatela (come fareste per una besciamella col burro), stemperate pian piano col latte caldo, mescolando con una frusta e fate addensare la besciamella. Aggiustate di sale e profumatela con un po' di noce moscata.
Ammorbidite il composto di spinaci e funghi con uno o due cucchiai di besciamella e farcite ogni crespella con qualche cucchiaio di ripieno e un cucchiaio di besciamella.
Disponete le crespelle in una pirofila, copritele con un altro strato di besciamella e una spolverata di pepe e fatele dorare in forn caldo a 180° per una ventina di minuti, finché sono belle colorate in superficie.




Buon appetito e buon Natale -tradizionale o alternativo- a tutti voi! 

lunedì 30 novembre 2015

Quello che ci piace I Accogliere e condividere (anche il calore di un fuoco)

L’inverno è il tempo del conforto, del buon cibo, del tocco di una mano amica e di una chiacchierata accanto al fuoco: è il tempo della casa.
(Edith Sitwell)


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mercoledì 25 novembre 2015

Le interviste | Ora tocca a me

Alla fine tocca anche a me, polepole, presentarmi. 
Mi tocca, ma sono un animale un po' schivo, quindi lasciamo stare le presentazioni e veniamo alle domande... :)





POLEPOLE
Ciao! Chi sei? Cosa fai?
Sono Silvia, l'età conta poco ma dicono ne abbia 42, di anni. Faccio la mamma, la moglie, la geometra, sogno l'architettura, leggo, ascolto, imparo, studio, continuo a studiare e gioco tanto. Ho troppe passioni, lo dicono in tanti, e saltello dall'una all'altra senza fermarmi mai, e se per caso nel frattempo ne scopro una nuova mi butto anche su quella.

Come Abiti? Voglio dire, come vivi, come è fatta la tua giornata tipo in rapporto alla casa dove abiti?
Casa vuol dire amore. Anche se vivessi da sola, sarebbe solo questa la definizione che ne darei. Perché prima di tutto è amore per sé e per l'Esistenza e per la Vita che ci circonda. Come Abito? vivo a fondo ogni attimo.E uso il servito buono per me e non solo per gli altri. E quando sono a casa (uff, troppo poco, a mio parere) mi concedo vizi e stravizi.A volte abbandono tutto a se stesso per qualche giorno e la casa pare vivere di vita propria... forse lo fa davvero!

Qual è il pezzetto di Casa che vivi di più, quello in cui ti senti più te stessa?
Amo la mia cucina e me la sono costruita proprio come la volevo io: grande, con un sacco di spazio e una tavola per tanti amici. Ultimamente - da quando i bimbi hanno iniziato a conquistare un territorio sempre più ampio - mi sono ritirata in camera e ho cominciato a dedicarle tempo e attenzioni, scoprendo che non è poi così male ritirarsi in un angolo e osservare tutto da un punto di vista diverso dal solito... Allora ho dato colore nuovo alle pareti, ho tolto, tolto, tolto ogni cosa superflua e da quel momento tutti respiriamo meglio. Ah, in casa è entrata la lavastoviglie prima di me :)
Il prossimo oggetto che toglierai dalla tua Casa e quello che aggiungerai. 
Toglierò tutti i mettitutto. Sì, quei contenitori dove ammucchi oggetti trovati per casa, quelli che stanziano per mesi su ogni superficie d'appoggio, sfruttando la pericolosissima frase "provvisoriamente lo metto qui": li farò fuori tutti, garantito!
E invece aggiungerò una poltrona-sacco (quella di Fantozzi, la conoscete, no?) in soggiorno, anche se non c'è tantissimo posto. Quella che avevamo da fidanzati senza figli per casa l'ho depositata provvisoriamente (uff, ancora?) dai miei, è troppo grande per competere col bisogno di giocare dei bambini. E allora metterò mano a quella insieme a mammà, e la ridurremo alle dimensioni giuste per accogliere un posto in più e per regalare il dovuto relax a chi ne abbia bisogno. La vedrete presto, spero.

C'è una citazione, una frase famosa, una che hai coniato tu, che parli del tuo modo di vivere e di Abitare?

La mia casa è piccola ma le sue finestre si aprono su un mondo infinito. [Confucio]

martedì 10 novembre 2015

Accogliere, a modo mio | Il tema del mese

Welcome!
"Chi accoglie rende partecipe di qualcosa di proprio, si offre, si spalanca verso l'altro diventando un tutt'uno con lui. E anche se l'accoglienza di un vecchio amico siciliano può parere aliena rispetto all'accoglienza del conoscente giapponese, rimangono il medesimo fenomeno, diverso solo perché diverse sono le persone e le culture e il loro modo di aprirsi, il loro modo di fare entrare." [fonte: unaparolaalgiorno.it]
Credo che questa sia la definizione di "accoglienza" che più mi ha colpito tra le tante che ho trovato navigando in giro per il web. Non tanto per quell'aprirsi, mettersi a disposizione, di cui si parla, quanto per quel siciliano e quel giapponese: ce li vedo, loro due, stereotipi di due visioni diverse di una stessa qualità, a trovare un modo comune di accogliere, a ragionare su come sia meglio, accogliere, sulla quantità di offerta che si debba mettere a disposizione dell'ospite, sulla qualità.

Ognuno a modo suo.

Accogliere è davvero dare se stessi, nella misura che per ognuno di noi - in tempi diversi ma anche nel solito momento - è diversa. Accogliere, nella nostra casa, è dare disponibilità di sé e del proprio intimo, mettersi a nudo, sinceramente.
Io vedo che, quando allargo le braccia, i muri cadono. Accoglienza vuol dire costruire dei ponti e non dei muri. [Andrea Gallo]
Avete letto la visione di accoglienza e ospitalità che ci ha dato Gabri, nel suo ultimo post di benvenuto nella cucina della nostra Casa?
A casa mia vigeva la regola “dove si mangia in due, si mangia anche in quattro” e non c’è mai stata una volta in cui un ospite (spessissimo improvvisato, grazie a me e mia sorella…) non sia stato invitato a sedersi a tavola con noi tra i sorrisi, i sottoli, il pane (che non mancava mai), qualche fettina di formaggio, e due spaghetti sciué sciué che, non li facciamo?
Accogliere sarà il tema che cercheremo di seguire questo mese, parlando di condivisione, di comunità, di fare insieme. A modo nostro.

[Quanto a me, toscana con origini meridionali, la mia visione di accoglienza è pari pari quella del siciliano: accogliere è mettere a disposizione la propria casa, la propria tavola, il proprio letto. Accogliere è condividere la minestra preparata per tre e arricchirla per farla diventare 'minestra per sei'. Accogliere è far trovare lenzuola pulite e coperte e posti letto anche quando la casa ha una sola camera a disposizione]


martedì 3 novembre 2015

Mi casa es tu casa | La vita è una torta alla cannella





 foto Pinterest 

 Invitare qualcuno a pranzo vuol dire incaricarsi della felicità di questa persona durante le ore che
egli passa sotto il vostro tetto.

(Anthelme Brillat-Savarin)

Ho avuto una madre rigida e severa, caparbia come pochi altri e tanto tanto permalosa… Ma una cosa è certa: se c’è qualcuno che devo ringraziare per avermi insegnato l’ospitalità, quel qualcuno è senz’altro lei.

A casa mia vigeva la regola “dove si mangia in due, si mangia anche in quattro” e non c’è mai stata una volta in cui un ospite (spessissimo improvvisato, grazie a me e mia sorella…) non sia stato invitato a sedersi a tavola con noi tra i sorrisi, i sottoli, il pane (che non mancava mai), qualche fettina di formaggio, e due spaghetti sciué sciué che, non li facciamo? E non era rimasto quel pezzetto di salsiccia secca? Che ci vuole, a fare un’insalatina di pomodori! Ma hai il bicchiere vuoto, bevi ancora un goccio di vino! La frutta, le noci… Insomma, sono cresciuta in un posto in cui ogni scusa era buona per fare festa intorno alla tavola. Non c’è da meravigliarsi, quindi, se la cucina è diventata, col passare degli anni, il mio luogo dell’anima. Piccola, un po’ stretta, che quando eravamo in tanti (quindi una volta sì e l’altra pure), a me toccava il posto nell’angolino, che, a parte la scaramanzia e la frase con cui mi si tormentava ogni volta: “Se ti siedi nell’angolo non ti sposi!”, voglio dire, non è proprio il posto più comodo in cui sedersi per mangiare… E così crescendo ho iniziato a desiderare sempre di più una cucina grande, spaziosa, in cui potermi sedere senza il gomito del vicino nel piatto e la gamba del tavolo tra le mie; una cucina che potesse contenere i numerosi amici e gli ospiti improvvisati e in cui avere un posto tutto mio per sperimentare, impastare, starmene anche un po’ tra i miei pensieri, gli aromi e i profumi di forno e fornelli…

Certo, la vita ora che sono adulta è molto diversa da quella di quando ero ragazza e non sempre è facile avere il frigo ben fornito, il pane in dispensa e la voglia di avere tante persone intorno alla tavola. Ma nonostante la frenesia delle settimane lunghissime, la stanchezza e i conti che sempre più spesso non tornano, credo fermamente che l’amore passi anche attraverso il cibo, nella cura che mettiamo nel cucinare qualcosa a una persona che amiamo, nel senso profondo di accudimento nascosto in una torta preparata di corsa, col solo desiderio di far felice chi la mangerà, nella bellezza della condivisione, che ci fa sentire meno soli. Ha ragione Savarin (che –udite udite- ho scoperto essere l’inventore del liquore con cui una nota pasticceria francese decise di bagnare la macedonia di frutta che accompagnava il suo babà e da cui nacque il “babà Savarin”), quando invitiamo qualcuno a pranzo, ci impegniamo a fargli trascorrere delle ore piacevoli, a farlo sentire a casa, rilassato e, perché no, ci facciamo anche carico di un pezzettino della sua felicità.
E cosa c’è di più intimo di un’atmosfera calda e accogliente, chiacchiere allegre e leggere, qualcosa di buono da mangiare e la rilassante sicurezza di star bene insieme?

Allora entrate pure nella mia cucina, accomodatevi e rilassatevi, mentre io vi taglio una fetta di torta e accompagno lo sprigionarsi del profumo intenso della cannella e il gusto deciso del cioccolato fondente con un tè bollente… Che ne dite di un po’ di buona musica?

Ce la gustiamo insieme…



TORTA DI PERE CON CANNELLA E CIOCCOLATO



Ingredienti per uno stampo di 20 cm
Per la pasta brisée dolce
160 gr di burro freddo a pezzetti
250 gr di farina debole (setacciata)
4 gr di sale
10 gr di zucchero semolato
90 ml di acqua ghiacciata 
(mettetela un po' alla volta, potrebbe non servirvi tutta)
10 ml di aceto bianco

 Preparazione


Mettete la farina in una ciotola capiente e lavoratela col burro freddo tagliato a pezzetti e il sale, fino ad avere grosse briciole. Unite lo zucchero, l'aceto e a poco a poco l'acqua, avendo cura di non aggiungerla tutta insieme, ma solo quello che basta per ottenere una pasta liscia, omogenea ed elastica (non appiccicosa). Impastate per pochi minuti, rovesciando se preferite l'impasto su un piano di lavoro, avvolgetelo nella pellicola e fatelo riposare in frigo.


Nel frattempo, preparate il ripieno:

500 gr di pere Williams sbucciate e tagliate a pezzetti
130 gr di zucchero di canna
1 cucchiaino colmo di cannella
20 gr di cioccolato fondente
il succo di 1/2 limone
4-5 biscotti secchi


Tagliate a pezzetti le pere e mettetele in una ciotola, aggiungete il succo del limone, lo zucchero e la cannella e mescolate bene.
Riprendete la pasta brisée dolce, tagliatene 3/4, stendetela e rivestitevi il fondo di uno stampo imburrato e infarinato, ricoprite la base con un leggero starto di biscotti sbriciolati, versatevi sopra le pere (attenzione al liquido che avranno tirato fuori, se vi sembra troppo, non aggiungetelo), un altro po' di biscotti sbriciolati (vi aiuteranno ad asciugare l'umidità data dalla frutta e impediranno alla pasta di bagnarsi e perdere friabilità) e infine il cioccolato tritato grossolanamente. Stendete l'altra parte di pasta e ricoprite la torta, avendo cura di sigillare bene il bordo.
Spolverate la superficie con un cucchiaio raso di zucchero di canna e infornate a 180°/190° per circa 30-35 minuti. La torta è pronta quando sarà bella dorata.

 
   In sottofondo... The hunter, Jennifer Warnes